Illustrazione del contrasto tra città storica italiana e nuovi quartieri in cemento armato durante il boom edilizio del dopoguerra

Quando il cemento cambiò il volto dell’Italia: da Calvino e Pasolini ai dieci metri del D.M. 1444/1968

Una storia di case, speculazione, città medievali e leggi nate per governare il cambiamento.

C’era un’Italia che aveva fretta di ricominciare.

La guerra era finita, le città portavano ancora le ferite dei bombardamenti e milioni di italiani cercavano un futuro diverso. Le campagne si svuotavano, le fabbriche assumevano operai e le periferie cominciavano ad allargarsi.

Servivano case. Tante case. E servivano subito.

Il cemento armato, le gru, le betoniere e i nuovi sistemi costruttivi permettevano di realizzare edifici con una rapidità impensabile per le generazioni precedenti.

La costruzione assumeva una dimensione quasi industriale. Il terreno agricolo diventava edificabile, l’edificio diventava un prodotto e la casa, oltre che un bisogno, diventava una straordinaria occasione di investimento.

Era l’Italia del miracolo economico.

Ma mentre il Paese cresceva, qualcosa stava cambiando profondamente nel rapporto fra l’uomo, la città e il territorio.

Calvino aveva già capito

Nel 1957 Italo Calvino pubblicava sulla rivista Botteghe Oscure il racconto La speculazione edilizia, successivamente uscito in volume autonomo nel 1963.

Ambientato nella Riviera ligure, racconta la vicenda di Quinto Anfossi, un intellettuale che finisce per partecipare a quella trasformazione edilizia dalla quale, inizialmente, sembrava prendere le distanze.

È una storia di contraddizioni umane prima ancora che economiche.

Il paesaggio cambia, i giardini scompaiono, le costruzioni avanzano. E perfino chi comprende ciò che sta accadendo può lasciarsi coinvolgere dal desiderio di guadagno.

Calvino aveva colto qualcosa di essenziale: la speculazione non era soltanto un problema di edifici, ma anche di comportamenti, aspirazioni e trasformazioni culturali.

Il territorio stava diventando una merce.

Fiorentino Sullo e la riforma che non arrivò

Nel 1962 il ministro dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo tentò di affrontare uno dei meccanismi fondamentali della speculazione: la rendita fondiaria.

Il problema era relativamente semplice da comprendere.

Un terreno agricolo poteva acquistare un valore enormemente superiore quando la pianificazione ne consentiva l’edificazione. Una ricchezza prodotta anche da una decisione pubblica finiva così per avvantaggiare principalmente la proprietà privata.

La riforma proposta da Sullo prevedeva un nuovo rapporto fra proprietà del terreno e diritto di edificare, attribuendo ai Comuni un ruolo molto più incisivo nell’acquisizione e nella gestione delle aree destinate allo sviluppo urbano.

La proposta incontrò una durissima opposizione politica, economica e mediatica. Nel 1963 il progetto si arrestò.

Non possiamo attribuire alla sua mancata approvazione tutti i problemi urbanistici successivi. Ma certamente fu un’occasione mancata per ripensare profondamente il governo dei suoli.

Nel frattempo, i cantieri continuavano a crescere.

Il film “Le mani sulla città”: quando il cinema denunciò la speculazione

Nel 1963 anche il cinema raccontava ciò che stava accadendo.

Francesco Rosi portava nelle sale Le mani sulla città, interpretato da Rod Steiger nei panni del costruttore Edoardo Nottola. Sullo sfondo di una Napoli travolta dagli interessi immobiliari, il film mostrava il legame fra speculazione edilizia, rendita fondiaria e potere politico.

Rosi non raccontava soltanto la costruzione di nuovi palazzi. Raccontava come le decisioni pubbliche potessero trasformarsi in strumenti di arricchimento privato.

Il film conquistò il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Era il 1963. Mancavano ancora tre anni alla frana di Agrigento e cinque al D.M. 1444.

La letteratura e il cinema avevano già raccontato un problema che la legislazione urbanistica avrebbe cercato di affrontare con nuove regole.

Agrigento, 19 luglio 1966

Poi arrivò Agrigento.

Il 19 luglio 1966 una grave frana colpì una parte della città, provocando ingenti danni e lasciando senza casa migliaia di persone.

Fortunatamente non vi furono vittime.

Il dissesto aveva cause geologiche e territoriali complesse, ma le indagini successive portarono alla luce anche un quadro gravissimo di irregolarità edilizie e carenze nella gestione urbanistica.

Agrigento diventò il simbolo di una contraddizione nazionale.

L’Italia aveva imparato a costruire rapidamente, ma non sempre era riuscita a governare con altrettanta efficacia la trasformazione delle proprie città.

La necessità di riformare l’urbanistica era già emersa da tempo. Il disastro contribuì a renderne evidente l’urgenza.

Nel 1967 venne approvata la legge n. 765, conosciuta come legge Ponte.

L’anno successivo nacque il D.M. 2 aprile 1968, n. 1444.

Il 1968: non bastava più costruire case

Nel 1968 la questione edilizia non era più soltanto un problema di architetti, ingegneri e urbanisti. Era diventata una questione politica nazionale.

Al Governo c’era Aldo Moro, alla guida di una coalizione di centro-sinistra con la Democrazia Cristiana come principale forza politica. Al Ministero dei Lavori pubblici sedeva il socialista Giacomo Mancini.

Le elezioni erano ormai alle porte e il Paese chiedeva risposte. Dopo anni di crescita urbana disordinata, dopo le controversie sulla speculazione edilizia e soprattutto dopo il disastro di Agrigento, la politica non poteva più ignorare il problema.

Il Governo doveva confrontarsi con due esigenze difficili da conciliare: continuare a costruire le abitazioni di cui gli italiani avevano bisogno e impedire che l’interesse privato compromettesse la qualità della vita collettiva.

Il D.M. 1444/1968 fu parte della risposta a questa tensione, dando attuazione alla legge Ponte dell’anno precedente.

Densità edilizie, altezze, distanze fra fabbricati, scuole, parcheggi, verde pubblico: quelle che oggi consideriamo semplici prescrizioni tecniche erano anche l’espressione concreta di una scelta politica.

Fra queste, la dotazione minima generale di 18 metri quadrati per abitante destinati a spazi e servizi collettivi.

Il messaggio era chiaro: non bastava più costruire case. Bisognava costruire città nelle quali fosse possibile vivere dignitosamente.

Ma rimaneva un’altra questione: come conciliare questa nuova concezione urbana con le città storiche che l’Italia aveva ereditato dai secoli precedenti?

E arriviamo ai famosi dieci metri

L’articolo 9 del decreto stabilì, per i nuovi edifici nei casi previsti, la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.

Una distanza che ancora oggi condiziona migliaia di progetti e istruttorie edilizie.

E qui nasce una considerazione che, nella mia esperienza professionale, suscita talvolta sorpresa.

Quando ricordo che questa prescrizione ha anche una finalità igienico-sanitaria, capita di sentirmi rispondere:

«Ma architetto, questa è una norma urbanistica!»

Certamente.

Ma non soltanto.

La distanza fra due edifici non risponde esclusivamente alla necessità di organizzare i volumi costruiti.

Serve anche a evitare la formazione di intercapedini malsane, tutelando interessi collettivi legati alla salubrità degli insediamenti.

Una finalità riconosciuta espressamente anche dalla giurisprudenza amministrativa, fra cui il Consiglio di Stato nella sentenza n. 2086 dell’8 maggio 2017.

Naturalmente, conoscere l’origine e la finalità sanitaria della disposizione non significa poterla ignorare quando si ritiene sufficiente l’aerazione di un edificio. Occorre sempre applicare la disciplina vigente, considerando le condizioni particolari, le norme successive e le deroghe effettivamente ammesse.

Il punto è un altro.

Una norma può essere urbanistica per la sua collocazione giuridica, sanitaria per uno degli interessi che tutela e storica per le ragioni che ne determinarono la nascita.

Se la leggiamo soltanto come una distanza numerica, perdiamo una parte importante del suo significato.

Pasolini e le lucciole scomparse

Nel 1975, sette anni dopo il decreto, Pier Paolo Pasolini pubblicava sul Corriere della Sera il celebre articolo conosciuto come L’articolo delle lucciole.

La scomparsa delle lucciole diventava il simbolo di una trasformazione molto più profonda: quella di un’Italia rurale e popolare che stava cambiando sotto la pressione del consumismo e della modernizzazione.

Pasolini non stava commentando il D.M. 1444.

Raccontava qualcosa che nessuna tabella urbanistica avrebbe potuto misurare: la trasformazione culturale di un Paese, dei suoi paesaggi e del suo modo di vivere.

Calvino aveva raccontato le contraddizioni della speculazione edilizia. Sullo aveva tentato di intervenire sui meccanismi economici della rendita. Pasolini osservava le conseguenze culturali di una società profondamente cambiata.

Nel mezzo, la legislazione urbanistica cercava di governare una trasformazione che era già in pieno svolgimento.

Dietro una norma c’è sempre una storia

Sono trascorsi quasi sessant’anni dalla nascita del D.M. 1444/1968.

Nel frattempo sono cambiati i materiali, le tecnologie, le esigenze abitative, la sensibilità ambientale e il modo stesso di concepire le città.

Le norme sono state modificate, integrate, interpretate e collegate ad altre disposizioni.

Eppure continuiamo ogni giorno a confrontarci con regole nate in quella particolare stagione della storia italiana.

Nel mio lavoro, quando un intervento edilizio incontra un ostacolo normativo, ritengo indispensabile non fermarmi alla sola disposizione che sembra impedire il progetto.

Occorre ricostruire il contesto, la storia dell’immobile, la disciplina applicabile e il rapporto fra le norme che nel tempo si sono succedute.

Conoscere la ragione storica di una legge non consente di disapplicarla. Ma permette spesso di comprenderla meglio.

Dietro i dieci metri fra due facciate non c’è soltanto una misura. C’è il racconto di un’Italia che aveva bisogno di case, che imparò a costruirle sempre più velocemente e che, a un certo punto, dovette interrogarsi sulle conseguenze di quella crescita.

Forse è proprio questo ciò che dovremmo ricordare quando affrontiamo una questione edilizia.

Prima di domandarci soltanto che cosa prescrive una norma, ogni tanto dovremmo fermarci e porci una domanda molto più semplice.

Perché è nata?


Arch. Nicola Marcucci

Analisi tecnico-amministrativa e consulenza per problematiche edilizie e urbanistiche complesse — Lucca e provincia.

Riferimenti essenziali

  • legge 1150/1942
  • Italo Calvino, La speculazione edilizia, prima pubblicazione 1957.
  • Fiorentino Sullo, progetto di riforma urbanistica, 1962–1963.
  • Francesco Rosi, Le mani sulla città (1963)
  • Camera dei deputati, La frana di Agrigento del 19 luglio 1966. Atti e documenti, dossier storico, 2022.
  • Legge 6 agosto 1967, n. 765.
  • D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, articoli 2, 3 e 9.
  • Consiglio di Stato, Sezione IV, sentenza 8 maggio 2017, n. 2086.
  • Pier Paolo Pasolini, Il vuoto del potere, noto come L’articolo delle lucciole, Corriere della Sera, 1° febbraio 1975.

Architetto Nicola Marcucci

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